
Tra i molti meriti dell’ultimo libro della storica e femminista Anna Bravo, c’è quello di aver riportato alla memoria un episodio estremo ma significativo di come il rifiuto del limite, variamente teorizzato negli anni dei movimenti, abbia partorito mostruosità. La vicenda alla quale la Bravo ha deciso di dedicare un intero capitolo del suo “A colpi di cuore. Storie del Sessantotto”, appena uscito per Laterza, è quella dell’uccisione casalinga di un bambino Down, decisa e realizzata dai genitori e dai loro amici più stretti. Raccontata nei dettagli (si può dire rivendicata) dai protagonisti, nascosti dietro semplici iniziali, apparve sul numero di aprile-maggio del 1974 di Les Temps Modernes, la rivista di Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Claude Lanzmann. Era un numero speciale del bimestrale, che presentava testimonianze di donne, scritte “perché nessuna faccia più la loro stessa esperienza” e collocate in una sezione intitolata molto sartrianamente “Désires-Délires”. Desideri e deliri presentati senza alcun commento, se non quello implicito nell’assenza di qualsiasi commento. Storie politicamente esemplari, da cui trarre lezioni e indicazioni ideali e di lotta. Dell’infanticidio non si parla né nella post fazione al fascicolo, né nella presentazione, affidata a Simone de Beauvoir. La quale si augura solo che la rivista “semini turbamento”.
L’assassinio del bambino, un neonato di due mesi che era stato appena consegnato ai genitori dopo un periodo passato nell’incubatrice, è, scrive Anna Bravo, “eseguito con la partecipazione di tutti, studiato ‘tecnicamente e tatticamente’ perché sia un delitto perfetto”. C’è qualche tentativo di informarsi su terapie che non esistono, c’è l’amica che consiglia di usare l’anestetico e di cercare un medico disposto a firmare il certificato di morte (“il bambino non soffrirebbe e noi non avremmo corso alcun rischio dal lato giustizia”).
Tutti i medici rifiutano, e allora si sceglie il soffocamento. Il primo tentativo, fatto con un cuscino e delle coperte, fallisce. Scrivono i congiurati su Les Temps Modernes: “All’alba non era ancora morto, respirava tranquillamente nel suo fagotto. La notte aveva strillato spesso ma non era mai l’ultimo pianto. Allora abbiamo aperto il fagotto nel quale dormiva e gli abbiamo messo sul viso un sacchetto di plastica; è stato necessario tenerlo ben stretto e controllare che tutto finisse come doveva. E’ morto soffocato quasi immediatamente”. Doveva essere ucciso e allora “lo si è fatto insieme, eravamo tristi ma sicuri di essere nel giusto. Non abbiamo commesso un delitto, abbiamo fatto soltanto una cosa necessaria”. Necessaria perché un medico non ha voluto sentir parlare dell’amniocentesi, un altro ha rianimato il bambino in sala parto anche se c’era la certezza che fosse Down, altri medici si sono rifiutati di sopprimerlo. L’esperienza da cui si dice di voler proteggere “le altre donne”, commenta Anna Bravo, non è dunque “l’uccisione del figlio, è la necessità di farlo in prima persona. Infatti si chiede a ‘quelli che hanno la competenza tecnica e il potere giuridico per farlo impediscano a di neonati mongoloidi di vivere in piena coscienza, piuttosto che chi si trova a vivere con un bambino sia obbligato (corsivo della Bravo) a ucciderlo, a lasciarlo in un istituto, a diventare genitori anormali di bambini anormali’. Lo stato è messo sotto accusa per mancata politica eugenetica”.
Una storia atroce, per la quale non basta evocare l’infinita catena che va da Medea agli infanticidi per miseria o a quelli per follia. Una vicenda, dice Anna Bravo che “sta fra la Cina e il Terzo Reich”. C’è il rifiuto della creatura sbagliata (in Cina sono sempre sbagliate le femmine, abortite o soppresse alla nascita) e c’è anche la convinzione di essere nel giusto, “per Hitler il diritto a un popolo superiore, per la madre a avere un figlio ‘normale’”. C’è soprattutto quel ripugnante ricorso a giustificazioni sedicenti politiche da parte degli assassini, i quali si applicano a spiegare che “i mongoloidi” non sono degni di vivere perché mai avranno “la possibilità di rivoltarsi, di lottare per vivere meglio, perché nascendo sono totalmente dipendenti da chi se ne prende cura e tali resteranno”.
E’ qui che la vicenda, che di per sé non è figlia né del femminismo né di altri movimenti, dice Anna Bravo – ma semmai rimanda “in parte a una mai morta concezione proprietaria della maternità” – rivela “tristissimi incroci fra il rivoluzionarismo e il mondo contro cui si pensa di lottare… a cominciare dal richiamo alla politica, dove tutto è gerarchizzato: vite stroncate ingiustamente contro vite ingiustamente create; la possibilità di lottare come condizione per vivere; il collettivo come fonte di legittimazione superiore all’assunzione della responsabilità personale”. E poi c’è il primato del desiderio, il mito dell’autonomia che si stravolge “nell’orrore della dipendenza, mentre sparisce il limite come argine all’ideologia secondo cui senza una gloriosa integrità non vale la pena di stare al mondo”. Non manca nemmeno l’appello alla compassione. Scriveva la madre assassina: “Sì, ti amavo, piccolo mio, quando ti guardavo dietro i vetri del reparto prematuri; poi quando ti abbiamo portato a casa, ti sono stata accanto giorno e notte sapendo in ogni momento che il solo atto d’amore che potevamo fare per te, per noi, per la vita, era darti la morte, e potevo vivere questo amore e questa determinazione quasi con serenità perché non ero sola, perché eravamo in tanti a volere la stessa cosa”.
Dopo la pubblicazione di quella testimonianza su Les Temps Modernes, non succederà assolutamente niente. Non se ne parlerà sui numeri successivi né altrove, nulla accadrà nemmeno alla ripubblicazione in un libro di quello e degli altri racconti di vita vissuta di “Désires-Délires”, un anno dopo. Nessuno commenterà mai la vicenda. Di quel macigno, conclude Anna Bravo, si è avuto paura. Si è avuto paura di riconoscervi l’atto di guerra “dei grandi/ sani/ uniti contro l’imperfetto/ piccolo/ solo”.

MILANO – Nelle discariche italiane finiscono ogni giorno ben 4 mila tonnellate di avanzi ancora consumabili. Non solo: nel corso del 2008 ogni italiano produrrà qualcosa come 27 kg di avanzi di cibo, che corrispondono a 584 euro buttati, se si calcola il costo del cibo sprecato. Secondo alcune stime, finiscono nel pattume il 15% del pane e della pasta, il 18% della carne e il 12% della frutta e verdura che gli abitanti del Belpaese acquistano quotidianamente (dati contenuti nel rapporto 2007 della Siticibo). Ma non ci sono soltanto gli scarti che finiscono direttamente nei cassonetti o nei raccoglitori dell'umido. C'è anche da chiedersi che fine fanno per esempio gli yogurt dal bancale del supermercato non ancora scaduti. Oppure le lasagne non consumate di un ristorante, di una mensa scolastica, o i mandarini invenduti dell'ortolano all'angolo. E le casse di verdura con ortaggi leggermente ammaccati del supermarket.
RECUPERO DEL CIBO SPRECATO - Cosa c'è dietro alle quinte dei magazzini della grande distribuzione? Dove finiscono tutti gli scarti, gli alimenti non ancora scaduti, ma tolti dal commercio per gli errori più svariati e grossolani, come il cambiamento del packaging, errori di trascrizione delle etichette, misure non conformi alla vendita, vicinanza della data di scadenza ecc...? Una risposta l'hanno provata a dare alcune organizzazioni che hanno fatto del recupero del cibo ancora utilizzabile la loro missione. Cibo che, anziché finire in discarica, grazie al loro contributo finisce dove ce n'è maggiore bisogno, ad esempio nei refettori pubblici o presso enti caritatevoli. «Non c'è dubbio che con un po' più di coscienza etica si potrebbe trasformare l' avanzo in risorsa e lo spreco in sviluppo sostenibile» dice Giuliana Malaguti, responsabile del progetto Siticibo di Milano.
BANCO ALIMENTARE - Una delle realtà consolidate in questo campo è il Banco Alimentare, uno dei promotori verso il Parlamento di quella che oggi è comunemente conosciuta come la legge del Buon Samaritano, vale a dire la normativa che disciplina la distribuzione dei prodotti alimentari ai fini della solidarietà sociale. «Nel 1989 è nato il Banco Alimentare Onlus grazie alla grande intuizione del presidente della Star, Danilo Fossati, e di don Giussani – dice ancora Malaguti –. L'idea di partenza è stata che con i 6 milioni di tonnellate di alimenti scartati ogni anno in Italia si potrebbe riuscire a sfamare 3 milioni di persone. Dal dicembre del 2003 al 2007 abbiamo servito qualcosa come 340.500 porzioni di piatti pronti, 186 tonnellate di pane, 194 tonnellate di frutta agli enti caritatevoli». I numeri del successo del Banco alimentare, sono la risultanza di un lavoro mastodontico partito con Siticibo nel dicembre di cinque anni fa. «Non potrò mai dimenticare quel 2 dicembre del 2003 – racconta Giuliana Malaguti - quando siamo partiti per la prima raccolta degli avanzi di cibo cotto. Accompagnati dall'autista di un furgoncino, un volontario albanese, siamo andati a ritirare 3 crocchette e 1 cotoletta alla milanese».
IL PROGETTO LAST MINUTE MARKET - Se a Milano il Banco Alimentare è una certezza acquisita, da Bologna arriva un'altra risposta alla riconvertibilità della eccedenza alimentare, grazie ad uno studio scientifico che si è concretizzato nella realtà. «La richiesta di cibo è potenzialmente infinita – spiega il professor Andrea Segrè, preside della Facoltà di Agraria di Bologna e ideatore del progetto Last Minute Market" – e solo nel 2007 abbiamo "salvato" 283 tonnellate di rifiuti, al lordo degli imballaggi, oltre a beni alimentari ancora perfettamente idonei al consumo, riuscendo ad offrire gratuitamente 504.671 pasti, sostenendo così l'alimentazione di 2.206 persone». La prima pietra del progetto LMM è stata posata nel 1998. Il Last minute market permette il recupero dei prodotti alimentari invenduti, ancora idonei per l’alimentazione L’attività che Last Minute Market svolge, consiste nello studio e nell’attivazione di procedure fiscali, igienico-sanitarie, operativo-logistiche sino alla realizzazione di un prototipo operativo. Il servizio di consulenza di LMM è rivolto alle Asl, ai comuni, alle provincie, oltre che ad imprese piccole e grandi e mercati all'ingrosso. «L'obiettivo è quello far sì che il sistema si espanda il più possibile e funzioni nella continuità – afferma Segrè -. Si basa tutto su un principio elementare: raccolgo, distribuisco e consumo tutto nel raggio di pochi chilometri, senza costi di conservazione e trasporto e senza inquinamento».
... ma loro non conoscono mia moglie!!! Da buona genovese non si butta via niente fino a quando non puzzano di morto o non sono state consumate fino all'ultimo morso... certe volte è imbarazzante aprire il frigo e trovare, ad esempio, una tazzina con 2 cucchiai di sugo di pomodoro!
Cmq meglio come fa mia moglie che lo spreco.
HASTA LA VIDA SIEMPRE

Milano. Milano pochissimo da bere. Venerdì sera. Centro Rosetum, metropolitana Gambara. Ospite dei frati francescani, arriva in città la lista pazza contro l’aborto. Sala stracolma, posti solo in piedi. Sul palco ci sono una decina di candidati, due donne, due gemelli, un ex dirigente di Lotta continua, un pannelliano bergamasco, un cantante sanremese. Ore 21. Giuliano Ferrara entra dal retro, scortato, provato dai precedenti impegni di campagna elettorale, ma felice. Fuori c’è un grande schieramento di polizia, a tamponare una ventina di giovani e meno giovani dei centri sociali che lanciano prezzemolo su chi entra al Rosetum. Tra i tanti cori possibili, i contestatori scelgono “assassini, assassini”. Urlato da un gruppo pro-abortisti e rivolto a chi non vorrebbe interrompere le gravidanze, non è niente male.
La gente che entra nella sala francescana – persone normali, facce sorridenti, molti ragazzi, il radicale storico Lorenzo Strik Lievers in bicicletta – non capisce: “Assassini? Ma perché urlano assassini?”, dice una signora al marito.
I fotografi sono a caccia di immagini forti, ma non succede niente. I giornalisti – poco interessati alle cose che si dicono sul palco – si lamentano di non avere niente da scrivere. In sala, dopo una canzone con testi anti aborto, si comincia. Paolo Sorbi è arzillo come ai tempi delle assemblee studentesche. Paola Bonzi racconta la sua esperienza alla Mangiagalli e commuove con le storie di tutte quelle ragazze che ha aiutato a non abortire. Lei non fa nascere bambini, fa nascere mamme.
Poi parla Ferrara. Spiega perché non è lui a essere strano, malgrado si diverta a definire la lista “pazza”. Quelli strani, dice, sono gli altri, indifferenti alla sorte degli ex nascituri burocraticamente chiamati “rifiuti ospedalieri”. Il direttore di questo giornale parla di “Juno”. Lo racconta nei dettagli e se la prende con i giornali acrobaticamente impegnati a negare che il film parli di una ragazzina che sceglie di non abortire. Dopo una decina di minuti, un giornalista alza gli occhi dal taccuino e chiede a un collega: “Ma di che film sta parlando?”. E l’altro: “Boh”.
Ferrara continua con Umberto Veronesi, Barack Obama e Lietta Tornabuoni, brave persone a cui capita di dire enormità. Veronesi, candidato Pd, è il guru in camice bianco che fa compiere alla nostra società il salto culturale dal “sesso senza figli” di trent’anni fa, ai “figli senza sesso” della moderna tecnoscienza. Obama dice che, in caso di “incidente”, non vorrebbe che le sue figlie “fossero punite con un bimbo”. Tornabuoni dà di “pervertiti” ai sostenitori pro life di Juno che godono a vedere il “corpo deformato dalla gran pancia della gravidanza”.
La gente applaude. Nel foyer, il candidato Maurizio Crippa si scola una pinta di birra. Ferrara dice che in Italia c’è un pregiudizio anti cattolico. A quel punto prima una, poi un’altra contestatrice si alza e, a voce alta, dice civilmente a Ferrara che “non siamo strani noi, sono strane le persone con le sue idee” e qualcosa di poco chiaro sull’Iraq. Ferrara replica con “Viva Verdi”, si compiace di averle convinte perlomeno fino a quel momento e sospetta che abbiano ceduto al solo citare il cattolicesimo. Il direttore del Foglio propone un piano nazionale per la vita, promette “privilegi” di legge alle donne in attesa di un bambino e ripete che non vuole abrogare la 194, per quanto sia una legge infame, ma applicarla in tutte le sue parti, non dimenticandosi che il titolo della legge è “Norme per la tutela sociale della maternità” prima ancora di “interruzione della gravidanza”. Ferrara chiude con la Ru486, la chiusura del cerchio della cultura abortista, un “veleno chimico” che indurrà le donne ad abortire da sole, clandestinamente, con una pillolina ingerita tra il tinello e il bagno di casa, lontane da medici e soprattutto da gente pericolosa come Paola Bonzi che potrebbe, non sia mai, convincerle a scegliere la vita. Applausi. Poi tutti sul palco, a salutare i candidati. Due ragazze si avvicinano a Ferrara e gli dicono: “Comunione e liberazione le vuole bene”. Fuori gridano ancora “assassini, assassini”.
